ITALIA: La Regione Toscana adotta il sistema di misure di stabilizzazione del mercato

La Giunta Regionale della Toscana ha approvato il 25 marzo 2010 il Decreto n. 34/R di attuazione dell’articolo 113 quater del Reg. CE n. 1234/2007 relativo alle misure di stabilizzazione del mercato dei vini a DO e IGT. Secondo il testo normativo approvato, la Giunta Regionale della Toscana può disporre, sentite le organizzazioni professionali agricole e cooperative, l’adozione di misure finalizzate a migliorare e stabilizzare il mercato dei vini stabilendo specifiche norme di commercializzazione. Le misure possono avere ad oggetto uve, mosti e vini, sia atti a divenire sia certificati di una denominazione di origine (DO) o di una indicazione geografica tipica (IGT). Per l’adozione di una misura per un determinato prodotto deve verificarsi sul mercato dei vini almeno una delle seguenti condizioni:

  • variazioni consistenti del mercato
  • aumento delle giacenze
  • diminuzione delle richieste di imbottigliamento
  • particolare andamento climatico
  • altre condizioni tali da giustificare l’adozione di una misura

Nel caso in cui la misura adottata riguardi il blocco temporaneo delle vendite di vino, tale misura ha una durata massima di 36 mesi ed il blocco temporaneo può essere disposto fino alla percentuale massima del 30% della produzione complessiva effettiva di vino dell’annata di riferimento. L’adozione di una misura può essere richiesta dal Consorzio volontario di tutela della DO o IGT interessata, e tale richiesta deve contenere:

  • la tipologia di prodotto interessata
  • una relazione dettagliata sulla situazione produttiva, sulle prospettive di mercato, sul particolare andamento climatico o su altre condizioni che comprovino le reali difficoltà di mercato del prodotto
  • la misura che si intende adottare e l’obiettivo perseguito per migliorare e stabilizzare il mercato del prodotto

La richiesta deve essere inoltrata entro il 30 giugno precedente alla vendemmia dell’annata cui si riferisce la produzione soggetta alla misura oppure entro il 10 agosto precedente alla vendemmia dell’annata cui si riferisce la produzione soggetta alla misura nel caso in cui la misura stessa venga richiesta a seguito di un particolare andamento climatico.

Tale normativa di attuazione della norma comunitaria ex art. 113 quater del Reg. CE n. 1234/2007 era già stata anticipata dalla decisione presa dal Consorzio Vino Chianti Classico che già nel luglio 2009 aveva predisposto il sistema del blocage, ovvero del blocco del 20% della produzione della vendemmia 2009 da stoccare in cantina per 24 mesi (salvo eventuali successive decisioni in itinere del Consorzio che potranno sbloccare questa quantità di vino in toto o in parte a seconda dell’andamento del mercato). Questa misura, che è un’assoluta novità per il comparto vitivinicolo italiano mentre è un’azione molto diffusa nel settore vitivinicolo francese (l’AOC Champagne ad esempio ne fa grande uso), prevede la regolazione dell’offerta attraverso una riduzione temporanea del prodotto di annata da immettere sul mercato in modo da non comprometterne le quotazioni (soprattutto per quanto riguarda il mercato del vino Chianti Classico sfuso).

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9 risposte a ITALIA: La Regione Toscana adotta il sistema di misure di stabilizzazione del mercato

  1. gianpaolo ha detto:

    sono esterrefatto. Dire che siamo sulla strada dei piani quinquennali di tipo sovietico non e’ una esagerazione. Non si conosce un settore economico dove il mercato sia piu’ distorto che in agricoltura, nel vino poi si stanno toccando delle vette assolute.
    E la liberta’ di realizzare la propria vita attraverso scelte imprenditoriali libere, dove se sbaglio pago, non e’ uno dei diritti naturali delle societa’ moderne?
    Incredibile, questo paese non finisce mai di sorprendermi in negativo. Poi qualcuno si domandera’, come avviene un giorno si’ e uno no, perche’ gli imprenditori stranieri non investono in Italia.

    • Come si evince dal post, non è stata una decisione autonoma della Regione Toscana, ma una semplice norma di attuazione della legislazione europea che nell’art. 113 quater del Reg. CE n. 1234/2007 riporta quanto segue: “Per migliorare e stabilizzare il funzionamento del mercato comune dei vini, comprese le uve, i mosti e i vini da cui sono ottenuti, gli Stati membri produttori possono stabilire norme di commercializzazione intese a regolare l’offerta, in particolare in attuazione di decisioni adottate dalle organizzazioni interprofessionali (…) Tali norme sono proporzionate all’obiettivo perseguito e:
      a) non riguardano le operazioni che hanno luogo dopo la prima commercializzazione
      del prodotto;
      b) non permettono la fissazione di prezzi, nemmeno orientativi o raccomandati;
      c) non rendono indisponibile una percentuale eccessiva del raccolto di
      un’annata che sarebbe altrimenti disponibile;
      d) non prevedono la possibilità di rifiutare il rilascio degli attestati nazionali e comunitari necessari per la circolazione e la commercializzazione dei vini, se la commercializzazione è conforme alle regole summenzionate.”
      Inoltre si tratta di misure che in altri paesi sono adottate già da molto tempo, e il CIVC dell’AOC Champagne ne è un esempio lampante: l’unica differenza tra noi e loro è che i cugini transalpini hanno una capacità di “fare squadra” che noi non conosciamo proprio, per cui ogni qualvolta viene deciso un provvedimento a livello di Comité Interprofessionnel, dopo trattative che coinvolgono effettivamente tutta la filiera produttiva, questo viene rispettato da tutti siano essi soli produttori di uve, o vinificatori, courtiers e negociants, piccoli produttori indipendenti o grandi maisons quali Moet Chandon etc. La Champagne dal punto di vista di gestione del mercato (scelta del prezzo delle uve prima della vendemmia e non modificabile successivamente, quantità prodotte etc) è una “macchina da guerra” che andrebbe insegnata a scuola.

  2. Pingback: La Toscana rispolvera l’annona « La Valle del Siele

  3. Inoltre aggiungo che queste misure di stabilizzazione del mercato saranno presumibilmente adottate su proposta e iniziativa esclusiva dei Consorzi di Tutela, difficile (se non impossibile) pensare che la Giunta Regionale si attivi autonomamente. Se, come dovrebbe essere, i Consorzi di Tutela sono espressione e rappresentazione della filiera produttiva della DO di riferimento, ecco che il sistema di democraticità viene garantito.

  4. gianpaolo ha detto:

    mi scuserai se ripeto il commento fatto su un altro blog, ma questo e’ il mio pensiero’
    @Bernardo. La UE infatti ha sempre applicato una politica dirigistica in agricoltura, ed in questo rispetto non e’ infatti meglio della “toscana socialista”. In particolare il vino sembra essere, chissa perche’, particolarmente messo sotto tutela. Dopo aver cercato invano, ed infatti smetteranno, di controllare l’offerta con i contributi alla distillazione, una bella torta da 400 milioni l’anno che di fatto le eccedenza contribuiva a creare, si sono inventati questa enormita’ di cui stiamo parlando.
    I consorzi di produttori devono giustamente definire le regole, con appositi disciplinari, per dire come si fa un prodotto, ma e’ assolutamente aberrante che decidano come, quando e quanto ne posso vendere.
    Dal momento che io ho rispettato il disciplinare, ho i vigneti in regola (rispettando anche la regola, altrettanto illiberale, che mette i blocchi ai nuovi impianti), posso o non posso fare le mie scelte imprenditoriali liberamente? La risposta della UE, recepita di corsa dalla solerte e socialista toscana (dove io vivo), dice di no.
    Mi vien da ridere a pensare ai business plans che si portano in banca per richiedere un mutuo, nella riga della produzione annuan bisognera’ metterci: dipende dal consorzio!

    Al di la delle mille considerazioni su questa aberrazione, non ultima quella che in una denominazione sono contemporaneamente produttori virtuosi che hanno un mercato adeguato alla LORO offerta, e produttori non virtuosi che non hanno un mercato adeguato alla loro offerta, e che in questo modo si penalizza chi lavora bene a vantaggio di chi lavora male, nella speranza che anche quest’ultimo possa vendere di piu’ o guadagnare di piu’ senza alcun merito, si e’ mai sentita di una legge che mette il “blocco” alla produzione delle scarpe perche’ l’industria e’ in crisi? O della automobili, o delle penne biro, o di qualunque altra cosa, tranne il vino!
    Follia pura, e pure condivisa da molti, segno tangibile della scarsa cultura liberale del nostro declinante e declinato paese.

  5. Sono pienamente in accordo sul fatto che ci siamo produttori virtuosi e quelli non virtuosi (come peraltro in tanti altri settori…), la differenza sta nel fatto che lavorare in una e con una denominazione comporta, secondo me, dei diritti e dei doveri e soprattutto delle responsabilità non soltanto rispetto alla propria attività imprenditoriale, ma anche verso la “comunità” di cui si fa parte utilizzando un certo marchio. Personalmente io vedo i Consorzi, tralasciando momentaneamente la questione della loro rappresentatività, come il “governo” della denominazione che ha certo il compito di proporre e dettare le regole di produzione, valorizzazione e controllo e altro ancora, ma anche una responsabilità sulla gestione dell’economia della DO. Onestamente non ho mai creduto e amato il concetto di liberismo sfrenato, e credo che l’economia oggi ci dica lo stesso, con ministri iperliberisti fino a ieri che oggi si cambiano d’abito e vestono la giacca dei fautori dell’interventismo economico. La storia economica dei paesi c.d. industrializzati ci ha dimostrato che la magìa, la favoletta del liberismo sfrenato come unico dogma e guida dell’economia sia terminata. In effetti il vino ha sempre goduto a livello UE di un particolare trattamento legislativo, che diciamoci la verità, non ha certo sfavorito il settore, e anzi credo sia stato fin da subito un importante riconoscimento all’importanza del vino come economia, cultura, tradizione in Europa. Io credo che queste misure di “intervento sul mercato”, se utilizzate con intelligenza e soprattutto con parsimonia, attuandole solo in caso di effettiva e stretta necessità e con un largo accordo dell’apparato produttivo della DO, non siano poi il male assoluto.

  6. gianpaolo ha detto:

    Se secondo te è liberismo sfrenato che un produttore produca quello che la legge gli impone di produrre, su un suo vigneto che è posto su un suo terreno, allora mi arrendo. Io lo chiamerei con un nome ben diverso, lo chiamerei libertà di impresa, che se non sbaglio, nelle pieghe della costituzione da qualche parte, dovrebbe essere garantita (art 41)
    Beh, in nessun settore economico a quanto mi risulti è possibile che una associazione di produttori, per quanto rappresentativa, decida quanto tutti i produttori devono produrre, in deroga, è bene chiarirlo, a quanto già prescritto dai disciplinari di produzione, e sopratutto con azione coercitiva e non volontaria verso i produttori associati o non associati.
    Ripeto a te la domanda: è possibile che le associazioni calzaturiere decidano che le fabbriche di scarpe, tutte, debbano produrre meno di quello che vogliono? La confindustria puo’ dire alla Fiat di produrre meno auto?
    Forse si pensa che i produttori siano come dei bambini incapaci di regolare la produzione secondo le loro possibilità. Ed infine, se un produttore sbaglia i calcoli, visto che paga di persona con l’insuccesso della sua propria azienda, è una cosa che deve interessare qualcun altro, a parte lui, visto che ci investe spesso una parte consistente della sua vita e dei suoi denari? Non accade forse quotidianamente in tutti i settori economici, con aziende che falliscono ed altre che invece prosperano. E quindi, il vino, perchè deve essere soggetto ad una “tutela” speciale?
    Che il vino abbia beneficiato da tutta questa regolamentazione di mercato (da non confondersi con le regole, sacrosante, a difesa dei consumatori e della genuinità) è tutto da provare, ed anzi, dalla strada recentemente intrapresa dalla OCM vino sembrerebbe esserci un forte ripensamento critico (ma non abbastanza) rispetto a pratiche del passato come la distillazione di crisi, costata ai contribuenti qualcosa come 400 milioni di euro all’anno senza peraltro sortire nessun effetto positivo sul sostegno dei prezzi di mercato (lo dice uno studio indipendente commissionato dalla stessa UE).

  7. Assolutamente non intendevo certo mettere in discussione la libertà di impresa, costituzionalmente prevista e che deve essere difesa e garantita, ci mancherebbe altro.
    Però secondo me quando si parla di mercato ed economia in agricoltura gli elementi che ne guidano l’equilibrio sono lievemente diversi da altri comparti produttivi quali il calzaturiero: se il mercato delle scarpe entra in crisi io imprenditore posso adeguarmi e semplicemente ordinare meno pelle per produrre meno scarpe l’anno prossimo cosciente che le vendite sono diminuite, ed ho un certo margine di manovra per poter abbastanza agevolmente aumentare o diminuire la produzione a seconda dell’andamento di mercato. In agricoltura non è proprio così, e a fronte di una crisi con conseguente diminuzione dei consumi e delle vendite non è possibile modulare la produzione in base ad esso. La viticoltura, come tante altre produzioni agricole, è rigidissima perchè bisogna produrre tutti gli anni e la quantità dipende essenzialmente dal tempo; ecco allora che con una domanda in calo e un’offerta non modulabile si arriva alla sovrapproduzione e il modo più facile per liberarsi del vino in eccesso è ovviamente la vendita di sfuso (oltre che la mal funzionante distillazione, come hai ben sottolineato tu, che ha innescato meccanismi perversi). Però non concordo con te quando dici che se un imprenditore sbaglia, al massimo fallisce e sono solo problemi e rischi suoi; in un sistema “chiuso” come quello delle denominazioni sappiamo bene che un errore di uno o qualche produttore ricade spesso sugli altri: vuoi per il prezzo dello sfuso che qualcuno svende facendone crollare i prezzi di mercato, vuoi per qualcuno che taglia il vino con vitigni non consentiti gettando una luce di discredito su un’intera denominazione.

  8. gianpaolo ha detto:

    Mi chiedo francamente come si puo’ scrivere un blog che si intitola “I MERCATI DEL VINO”, se poi non si crede al funzionamento del mercato.
    Lo scenario che tu proponi si potrebbe verificare in qualsiasi settore produttivo. Anzi, si verifica regolarmente, con alcune produzioni che ormai non possono essere piu’ fatte in Italia, essendo infinitamente meno care quando vengono prodotte all’estero.

    Il vino ha un solo vantaggio rispetto alle altre produzioni, che è legato al luogo dove viene prodotto, per cui, mentre è possibile produrre un Sangiovese in Cina, non sarà mai possibile produrvi un Brunello, un Chianti ecc. E’ ovvio quindi che l’unica vera soluzione alle crisi è: a) aumentare la qualità e la rispondenza al territorio di un prodotto b) investire in promozione perchè il mercato sia disposto a pagare un surplus per il marchio “Brunello” (ecc.) invece che per un generico Sangiovese producibile ovunque.

    In un mercato globale, come è effettivamente quello dove si confronta il vino, che molto vive di export, è assolutamente indifferente per il consumatore finale che venga tagliata la produzione di “Brunello” (continuo con questo esempio) del 20% allo scopo di far aumentare il prezzo, semplicemente perchè quando quest’ultimo raggiungerà la soglia del valore percepito dal consumatore, egli si rivolgerà ad altri vini. Il Consorzio Brunello non è l’OPEC, che può effettivamente condizionare il prezzo del petrolio tagliando le produzioni perchè il consumatore puo’ solo scegliere tra acqustare la benzina per la macchina o andare a piedi. Il consumatore di vino puo’ scegliere di bere “Brunello” o altri 10.000 vini diversi.

    Tutti i tentativi di “stabilizzare” i mercati, che poi si deve leggere “sostenere il prezzo”, che a sua volta si legge “aumentarlo”, sono destinati a fallire per questo motivo. Provate a chiedere ad un importatore USA come si metterebbe di fronte alla proposta di aumento di prezzo del 20% di un Chianti o di un Brunello (o altro), perchè la Regione Toscana ha posto il blocco. Se va bene vi ride in faccia, e amici come prima, se va male, cambiate importatore.

    Infine, per chiudere il cerchio, in Italia (e in Europa) si deve smetterla di aiutare le aziende e le produzioni decotte, ma si deve far far il corso al mercato, che le deve far uscire dal ciclo produttivo. Invece, si devono aiutare le persone affette dalla crisi, a riconvertirsi, rientrare nel ciclo produttivo in maniera diversa o uscirne definitivamente se di età adeguata.
    Aiutare le aziende decotte scarica i loro errori e le loro colpe, a volte anche gravi, sul contribuente e su tutti gli altri produttori che invece hanno avuto comportamenti corretti è dannoso per tutti.
    Aiutare le aziende no, aiutare le persone si.

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